Scostate le pesanti tende di velluto, il silenzio ci piomba addosso con forza, quasi eccessiva dopo la confusione della piazza; le luci si attenuano e la prima opera fa capolino dalla sala buia. È Giuditta, intenta, in tutta la sua bellezza (e freddezza), a tagliare la gola ad Oloferne, con una cura in un certo senso estranea alla frenesia della situazione. Tuttavia, solo dopo una decina di minuti è stato possibile accorgersi che quella che sembrava essere la luce proiettata da un faretto laterale, nascosto chissà dove in un angolo buio della sala, altro non era che la luce stessa del dipinto. Il senso di disorientamento provocato dai contrasti tra chiari e scuri accompagna i visitatori per ben venti capolavori e svariate sale, dando l’impressione generale di essere immersi in una dimensione di figure che spiccano nel buio. È stato inoltre possibile analizzare le immagini radiografiche delle rispettive opere così da comprendere il processo che ha portato una tela bianca del 1600 a diventare il capolavoro che è oggi esposto nelle sale di Palazzo Reale. La presentazione virtuale di tali immagini è essenziale per comprendere la differenza, ad esempio, tra il Fanciullo morso da un ramarro e una sua copia sul libro di testo di storia dell’arte; il quadro, in questa ottica di paragone, dimostra di possedere un retroscena storico, profondo quanto le incisioni che Caravaggio stesso eseguiva, come orme da seguire sulla tela vuota. È così che Dentro Caravaggio, nonostante la semplicità espositiva, simula l’effettivo rinnovamento della tecnica pittorica, avvenuto ad opera di uno dei più importanti artisti della storia: Michelangelo Merisi.

Riccardo

Shares
Share This