Il 5 febbraio si è tenuto nell’Aula Magna una conferenza sulle nanoparticelle dal titolo “Are the nanoparticles friends or foes when inhaled?”, tenuta dal dott. Giulio Sancini, professore presso l’università Milano Bicocca del Dipartimento di Medicina. Innanzitutto ci ha invitato a chiederci cosa siano le nanoparticelle, di cui da ormai dieci anni si parla sulla stampa, ma che gli scienziati studiano fin dagli anni Sessanta. Queste vengono usate nella nanomedicina per poter affrontare diverse patologie, dovute principalmente all’inquinamento dell’aria e a causa di quelle particelle piccolissime che riescono, a partire dagli alveoli, ad entrare in circolo e diffondersi in tutto il corpo. Il dottor Sancini ha in seguito spiegato come avviene tale studio nei dipartimenti di ricerca dell’università: si usano le colture cellulari in vitro o i roditori, che possiedono un apparato respiratorio simile al nostro. Con parole semplici è riuscito a spiegarci non solo come avviene la valutazione dei diversi esperimenti, ma anche come, semplicemente inspirando, sia possibile riciclare continuamente ciò che respiriamo e farlo entrare in circolo con effetti collaterali a livello polmonare, cardiaco e cerebrale. Ci ha poi raccontato del suo studio riguardante le nanoparticelle, della costante ricerca di fondi e di come sia avvenuta la pubblicazione scientifica sugli esperimenti effettuati. Se buona parte della relazione è stata finalizzata ad evidenziare la stretta correlazione esistente tra la vita in un ambiente inquinato e le malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer, in un secondo momento il docente ha dimostrato un concetto apparentemente assurdo: la possibilità di usare queste particelle per trovare dei rimedi alle stesse patologie, usando la Troian horses technology.

Abbiamo in seguito imparato che grazie alla medicina delle nanoparticelle è possibile curare direttamente la parte interessata dalla malattia invece che mandare in circolo in tutto il corpo il medicinale, ma prima di poter trovare in commercio tutto ciò sarà necessario aspettare almeno altri 15-20 anni. L’approccio alla terapia, infatti, parte dal bisogno di portare il farmaco in parti del corpo in cui normalmente esso non arriva. Questa conferenza ha dimostrato come la ricerca stia facendo passi da gigante, consentendo cure che prima apparivano inimmaginabili: per questo è opportuno che l’Italia riconosca ai ricercatori il ruolo importante che essi hanno. Purtroppo il nostro Paese spesso investe poco nella ricerca, riservando i finanziamenti ad altri ambiti, e questo determina il più delle volte la fuga di “cervelli” in nazioni dove la loro professionalità viene sicuramente riconosciuta e remunerata in modo adeguato.

Federica

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